Forse anche per questo abbiamo bisogno di un Dio creatore:
perché soltanto allora l’universo ci appare come qualcosa di voluto,
un mistero elusivo e intrigante — e non un mero incidente.
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La verità è che sono solo, solo come lo è essenzialmente ognuno di noi:
siamo isole sparse, frammenti di un bizzarro arcipelago…
E la febbre della sera ci cattura: come predatori affamati di un contatto umano seduciamo per illuderci di non essere soli; notte dopo notte, un corpo nuovo accanto al nostro, un’anima che mai veramente capiremo (...)
In fondo, la vita è un viaggio che facciamo con noi stessi.
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Gettato dentro questa vita senza una ragione,
buttato fuori senza una risposta:
è forse questo il destino di ogni essere umano?
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Ci compiacciamo della nostra civiltà, della nostra educazione e della nostra nobiltà d’animo, lontani dal fango e dagli inferni dei reietti, criminali o malati di mente, ma davvero è così? Non siamo in fondo tutti “fratelli”? Non condividiamo tutti gli stessi abissi, chi più e chi meno?
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L’amore non è una risorsa limitata,
ma qualcosa che cresce nell’atto stesso di essere vissuto.
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È così che mi piace immaginare la mia dipartita: un tunnel di luce mi attrae e sospinge ai confini della coscienza e dello scibile umano.
Ora aleggio nello spazio cosmico, attorniato da stelle e galassie. Vedo interi universi nascere e morire in una danza eterna senza inizio né fine, in cui passato, presente e futuro si sovrappongono in un istante privo di divenire.
Capisco alfine l’infinito e l’eternità, mentre i confini fra la mia identità e la realtà si assottigliano sempre più fino a svanire: ora sono il tutto, ora sono… il nulla.
